Era evidente che poggiare le dita su quella spolverata Romington di papà, occupare quel sedile un tempo tutto suo, affiancato da una tazza fumante di caffè in mezzo a mille fogli sparsi e circondato da quel ticchettio costante; tutto questo segnava la fine del nostro inizio e la sana e matura ribalta nei confronti del destino, il suo e il mio. Laddove egli si gettava con occhiaie in gravi documenti giuridici o politici, io trasformavo la mia letizia e le mie fantasticherie da flussi di pensieri in forme, spazi e colori su un bianco di carta, risalendo in, seppur in modo fittizio, qualcosa di stabile e fisso con cui confrontarmi. Che dall'immediatezza dei battiti leggeri e dalla insistenza dei vorticosi monologhi che mi scoppiettavano in mente si forgiassero in armonia scritti composti e simmetrici grazie alla sintonia fra mente e materia, era tutta una riscoperta. Perché era già stato tutto scoperto, elaborato e assimilato durante i primi anni mentre i miei occhi toccavano il sole di fronte alla sfinge, di conseguenza, non era più un mistero, nonostante i naufragi e gli enigmi superati durante il mio viaggio, che in quella trasformazione alchemica dal nulla in qualcosa ridiventassi il mio mestiere. Scrivere.