martedì 24 dicembre 2013

Il mestiere

Era evidente che poggiare le dita su quella spolverata Romington di papà, occupare quel sedile un tempo tutto suo, affiancato da una tazza fumante di caffè in mezzo a mille fogli sparsi e circondato da quel ticchettio costante; tutto questo segnava la fine del nostro inizio e la sana e matura ribalta nei confronti del destino, il suo e il mio. Laddove egli si gettava con occhiaie in gravi documenti giuridici o politici, io trasformavo la mia letizia e le mie fantasticherie da flussi di pensieri in forme, spazi e colori su un bianco di carta, risalendo in, seppur in modo fittizio, qualcosa di stabile e fisso con cui confrontarmi. Che dall'immediatezza dei battiti leggeri e dalla  insistenza dei vorticosi monologhi che mi scoppiettavano in mente si forgiassero in armonia scritti composti e simmetrici grazie alla sintonia fra mente e materia, era tutta una riscoperta.  Perché era già stato tutto scoperto, elaborato e assimilato durante i primi anni mentre i miei occhi toccavano il sole di fronte alla sfinge, di conseguenza, non era più un mistero, nonostante i naufragi  e gli enigmi  superati durante il mio viaggio, che in quella trasformazione alchemica dal nulla in qualcosa ridiventassi il mio mestiere. Scrivere.

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